La storia di Soso >
La storia di Arjanh >
Fare una donazione >
Indietro alla pagina iniziale Bombe a grappolo >
La storia di Saikham, 7 anni

A Ban Kaengluang, il villaggio laotiano dove Saikham vive con i suoi genitori, il medico non c’è. Solo dopo parecchi giorni dall’incidente, quando i dolori al piede si erano fatti insopportabili, il piccolo fu portato all’ospedale di Savannakhet, capoluogo dell’omonima provincia.
I medici che lo visitarono trovarono fosforo bianco nella pianta infiammata del piede. Il fosforo bianco è un agente chimico che viene utilizzato negli ordigni definiti incendiari. Gli Americani ne fecero largo uso durante la guerra del Vietnam. Se entra in contatto con il corpo, provoca ustioni gravi che possono anche risultare letali.
«Era il 21 aprile e faceva caldo. Con i miei amici, sono andato al fiume Xe Banghiang, che scorre vicino al nostro villaggio, per fare il bagno. Andiamo spesso lì a giocare. A un certo punto, mentre stavo in acqua ho sentito come una puntura nel piede destro. Sono corso subito a casa, dalla mamma, che ha cercato di attenuare il dolore con l’acqua. Ma non serviva a niente e il dolore era sempre più forte. Ho dovuto farmi curare all’ospedale di Sepon.
Dopo alcuni giorni, potevo di nuovo camminare, ma il piede mi faceva ancora male, era infiammato. La mamma decise allora di rivolgersi all’organizzazione umanitaria Handicap International Belgio, attiva nel villaggio vicino. Sono stato portato di nuovo all’ospedale, questa volta quello di Savannakhet, dove i medici hanno trovato resti di un agente chimico.
Di solito basta una goccia sulla pelle per corrodere la carne fino all’osso. Se così fosse stato, sarei morto per avvelenamento. Sono dovuto restare una settimana in ospedale, da solo, perché il villaggio dove abitiamo è troppo lontano e i genitori non potevano venire a trovarmi. Avevo malinconia. Adesso il mio piede è a posto, ma in alcuni punti la pelle è ancora insensibile. Andiamo ancora a fare il bagno al fiume, ma non più allo stesso posto. Adesso è sbarrato.»
© Testo: Bruno Bötschi, Schweizer Familie




