Nel mio viaggio tra i campi profughi del Ciad incontro bambini e famiglie fuggiti dalle violenze in atto in Sudan e cerco risposte a una domanda che mi pongo da anni: quali sono gli effetti della guerra su un bambino? Gli incontri che faccio nei campi mi restano impressi.
In quanto ex giornalista, mi sono già occupata spesso per lavoro del tema della guerra e delle sue conseguenze. Finora però non mi ero mai recata personalmente in una zona di guerra. Per questo, quando mi è stata offerta la possibilità di partecipare al viaggio dell’UNICEF nei campi profughi del Ciad nell’ambito delle «Settimane delle stelle», non ho dovuto pensarci a lungo. Ho capito subito che dovevo cogliere al volo questa opportunità e che volevo mettermi alla ricerca di risposte.
Il nostro viaggio prende il via verso la fine della stagione secca. Sebbene possano esserci temperature superiori ai 45 °C, è il momento migliore per ciò che abbiamo in mente. Non appena iniziano le piogge, i letti dei fiumi prosciugati vengono inondati e diventa quasi impossibile viaggiare.
Dopo una breve sosta a N’Djamena, la capitale del Ciad, raggiungiamo la nostra prima meta: Farchana, che ufficialmente è una città, ma sembra più un villaggio distribuito su un’ampia area. Appena scesi dal veicolo, un’ondata di caldo secco ci investe e una polvere sottile ricopre ogni cosa. Ci sono solo poche case in pietra, le strade sono più che altro sentieri polverosi sui quali si incrociano asini e polli e la gente vende manghi o legna da ardere. In realtà il posto è di dimensioni ridotte ma ormai, oltre alla popolazione locale, ci vivono quasi 52 000 profughi sudanesi. Di questi, circa il 60 per cento è qui già dalla crisi del Darfur del 2003. Da tempo si sono costruiti una vita e vivono in case fatte di pietre. I circa 20 000 nuovi arrivati, invece, vivono ancora in tende e capanne di paglia.
Uno di loro è Mousab. Ha undici anni e da due vive nel campo insieme ai genitori e a sei tra fratelli e sorelle. Due anni in cui ha vissuto al sicuro, lontano dalla guerra. Per questo le sue parole mettono ancor più tristezza e fanno riflettere:
A volte di notte sogno ancora la guerra. Vedo persone che vengono uccise. Nei miei sogni sento come gli sparano. Per questo preferisco non dormire.
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È una prima risposta alla mia domanda riguardo agli effetti della guerra sui bambini. La guerra li traumatizza. In modo permanente. Proprio per questo il lavoro dell’UNICEF è così importante. Nei campi profughi, i bambini come Mousab ricevono sostegno psicosociale. Nei cosiddetti «child-friendly spaces», cioè centri dedicati ai bambini, si svolgono regolarmente attività strutturate per bambini e adolescenti. L’offerta di colloqui, opportunità di gioco e attività sportive permette loro di dimenticare per qualche ora le preoccupazioni, giocando, cantando, ballando e imparando insieme ad altri bambini. A lungo termine, questo supporto li aiuta a elaborare i traumi, acquisendo la capacità di gestire le emozioni e creare relazioni.
Mousab (a destra) nella sua casa con sua madre, con sua madre, una sorellina e un fratellino. ©UNICEF/Patricia Tomamichel
Mousab vive da due anni nel campo di Farchana insieme ai genitori e a sei tra fratelli e sorelle. Fino allo scoppio della guerra, in Sudan viveva una vita piacevole. Oltre ad avere una grande casa, sempre cibo a sufficienza e un televisore, era felice di giocare a calcio all’aria aperta con gli amici. Poi, nel maggio 2023 tutto è improvvisamente finito. Sono stati cacciati dalla loro casa e hanno dovuto assistere impotenti mentre veniva bruciata. I loro vicini sono stati uccisi davanti ai loro occhi. Durante la fuga sono successe cose terribili, delle quali né Mousab né sua madre riescono a parlare.
Tuttavia, sebbene Mousab e la sua famiglia siano felici di essere al sicuro, la loro nuova vita è tutt’altro che facile. Manca un po’ di tutto: mancano indumenti, scarpe, materassini – ma manca soprattutto cibo. È vero che la famiglia riceve una piccola somma di denaro, ma non basta. A causa della siccità estrema non cresce nulla e i generi alimentari sono scarsi e costosi. Inoltre, essendo il campo così affollato e le risorse finanziarie limitate, il sostegno pro capite si riduce costantemente. Nelle giornate buone, i soldi bastano per due pasti. In genere però se ne fa uno solo, il quale consiste in una specie di pane accompagnato da una zuppa acquosa di gombo e cavolo.
Nonostante la nuova vita sia difficile, Mousab non vuole assolutamente tornare in Sudan. «La guerra è terribile. Abbiamo perso troppe persone care. Tutto ciò che è successo in Sudan resterà per sempre impressa nella nostra memoria: le uccisioni e le violenze. Non possiamo tornare nel luogo in cui è accaduto», racconta il ragazzino durante il colloquio.
Non meno commovente è per me ascoltare la storia di Mohammad, di dodici anni, anche lui nel campo profughi di Farchana. Un anno fa, in estate, ha dovuto lasciare in fretta e furia il suo Paese perdendo tutto: la vita quotidiana che gli era familiare, i suoi amici, i suoi oggetti personali e la sicurezza. Solo alla fine del nostro colloquio ho compreso appieno la reale drammaticità della sua fuga. Quando gli ho chiesto delle sue mani ha raccontato: «Nel cuore della notte hanno appiccato il fuoco alla nostra casa. Due dei miei fratelli hanno perso la vita. Io me la sono cavata con queste ustioni. Siamo fuggiti con nient’altro che gli indumenti che avevamo addosso. Non ricordo molto della fuga perché ero molto malato per via delle ustioni».
La storia di Mohammad dimostra che, oltre alle cicatrici psichiche, la guerra lascia a molti bambini anche cicatrici fisiche che porteranno con sé per tutta la vita. Spesso vediamo bambini con arti amputati, cicatrici da fori di proiettile, fratture mal consolidate o ustioni.
Anche a questo riguardo, il lavoro di organizzazioni come l’UNICEF è di valore inestimabile. Grazie al denaro delle donazioni, nei campi profughi ci sono centri sanitari che possono curare le lesioni di questo tipo. In più, offrono anche altri importanti servizi come, ad esempio, trattamenti contro la malnutrizione, vaccinazioni e assistenza sanitaria a madri e neonati.
Camminare senza provare dolore per la madre di Nabal non sarà più possibile. Ma la gioia di essere di nuovo insieme a sua figlia le fa dimenticare il dolore. ©UNICEF/Patricia Tomamichel
Con il suo coraggio e la sua voglia di vivere, la sedicenne Nabal è fonte d’ispirazione. Quando la incontriamo, dà l’impressione di essere timida, riservata e molto gentile. Indossa un foulard bianco con un delicato motivo di cerchi rosa, grigi e blu che le copre anche i capelli. È arrivata al campo di Farchana da poco tempo. Ha dovuto scappare a piedi per tre giorni senza la sua famiglia. I suoi fratelli sono stati uccisi quando dei ribelli hanno assaltato la loro casa. Sua madre è stata colpita da un proiettile e per via della ferita non ha potuto fuggire a piedi. Nabal ha dovuto assistere mentre i suoi cari venivano picchiati e violentati. Ma è comunque riuscita a mettersi in salvo e oggi è nuovamente insieme a sua madre. Nonostante tutto, è certa che un giorno vorrà tornare nel suo Paese. E il suo sogno è diventare pilota e scoprire il mondo.
Il nostro viaggio ci porta fino ad Adré, proprio al confine con il Sudan. Qui, nel campo eretto provvisoriamente, nei periodi più intensi affluivano ogni giorno centinaia di profughi. Ormai, nel campo di raccolta sono già state registrate circa 240 000 persone. Dovrebbero trovare riparo qui per breve tempo per poi essere trasferite in uno dei campi ufficiali circostanti dopo la registrazione. Ma siccome ne arrivano tantissime, migliaia di loro devono aspettare.
In questo campo faccio la conoscenza della ventiseienne Naglaa. Ci chiede aiuto nella ricerca dello zio, scomparso durante la fuga dal Sudan e del quale non sa se sia ancora vivo oppure morto. In braccio tiene la figlia Zaitoon, di due mesi. Balza all’occhio che la bimba è molto piccola e Naglaa mi racconta la sua difficile gravidanza. Vomitava spesso e ha perso molto sangue durante il parto. Due settimane dopo il parto la piccola pesava solo 2,5 kg. Grazie all’assistenza del centro sanitario, entrambe si stanno lentamente riprendendo dagli strapazzi. Non appena saranno sufficientemente in forma, Naglaa vuole tornare con la sua piccola in Sudan, dove suo marito la attende: «Sono molto riconoscente al Ciad per l’ottima accoglienza che abbiamo ricevuto. Ma la vita qui è difficile. Non c’è lavoro e tutto è molto costoso. Inoltre, ovunque ci si trovi nel mondo, nessun posto è bello quanto casa propria. Il proprio Paese è sempre il luogo più bello del mondo, perché lì sai chi sei e dove sono le tue radici».
La storia di Naglaa mi fa capire quali sconvolgimenti provochi la guerra. Le famiglie vengono separate brutalmente. Alcune persone riescono successivamente a riunirsi; altre devono convivere con l’incertezza per il resto della loro vita, senza sapere se i loro cari siano o meno ancora vivi. altre ancora devono assistere impotenti alla perdita di persone care. Questi sconvolgimenti si ripercuotono anche sul rapporto di amore con il Paese di origine. Mentre gli uni giurano che non vi metteranno mai più piede, perché non lo sopporterebbero, altri vogliono assolutamente tornarci il più presto possibile. C’è però un desiderio che li accomuna tutti: la cosa che si augurano più ardentemente è che torni la pace.
Quando lascio il Ciad, le storie di questi bambini non mi escono più dalla testa. La guerra lascia cicatrici, alcune visibili altre invisibili. Eppure, questi bambini e queste bambine mi hanno mostrato quanta forza abbiano dentro di sé nonostante le esperienze inimmaginabili che hanno vissuto. È un aspetto che mi ha profondamente commossa. Al contempo, ho acquisito ancor più consapevolezza dei privilegi della vita che noi conduciamo qui e di quanto sia importante osservare, ascoltare e impegnarmi nel mio lavoro affinché le loro voci trovino ascolto.